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Ci sono o ci fanno?
di
Marco Travaglio
Il dibattito parlamentare sulla legge bavaglio Al Fano è
meglio del cabaret, anche perché è tutto gratis. Da due anni, da quando
B. temeva l’uscita di intercettazioni che avrebbero svelato il quarto
segreto di Fatima (perché alcune ministre sono ministre), va in scena la
seguente pantomima: il governo di un noto corruttore ed evasore, amico
di mafiosi e papponi, commissiona al suo Guardasigilli-portaborse e al
suo onorevole-avvocato una legge che favorisce mafiosi, papponi,
corruttori, evasori e, siccome la legge è uguale per tutti, anche
truffatori, scippatori, rapinatori, spacciatori, sequestratori,
stupratori e assassini. Li immunizza dal rischio sia di essere scoperti
e puniti, sia di finire sui giornali per quello che sono. Basterebbe
ricordare il mandante, gli esecutori materiali e l’utilizzatore finale
della legge anti-intercettazioni per capirne il movente. Basterebbe
ricordare come si è giunti a incastrare B. nei suoi vari processi per
rendersi conto che è tagliata su misura di quei precedenti per evitare
che si ripetano: l’articolo Mills, il comma D’Addario, il preambolo
Trani, il codicillo Mediaset, il cavillo Dell’Utri, l’inciso Saccà.
Ma ricordare queste cosette non si può, se no la gente capisce tutto,
compresi i beoti che han votato B. bevendosi la superballa della
“sicurezza” pensando alla propria, mentre lui pensava alla sua. Dunque
ecco assieparsi intorno alla legge Al Nano un termitaio di opinionisti
un tanto al chilo, giuristi per caso, scalatori di discese, sfondatori
di porte aperte, statisti di chiara fama ma soprattutto fame: tutti
intenti a commentarla in punto di diritto e in punta di forchetta, a
prescindere, fingendo che davvero serva a tutelare la privacy, la
reputazione e il segreto investigativo, e non a salvare le chiappe a B.
e alla sua banda larga (secondo Pigi Battista, per dire, la legge la
fanno per Francesca, la massaggiatrice della ripassata a Bertolaso).
All’inizio Al Fano restrinse il novero dei reati “intercettabili”. E
tutti a meravigliarsi: ohibò, ma così non s’intercetta più per
corruzione, per frode fiscale e per i reati-fine tipici dei mafiosi. Oh
bella, ci voleva tanto a capire che la legge è fatta apposta? Ponzio
Napolitano convocò Angelino Jolie per una bella lavata di capo, pardon
un “alto monito del Colle”, e lo rimandò indietro a caccia di “una
riforma condivisa”.
Nessuno osò obiettare che gli unici a condividerla sono i criminali. Il
Guardagingilli tentò di occultare movente e mandante con un’altra
versione: s’intercetta per tutti i reati ora intercettabili, ma solo in
presenza di “gravi indizi di colpevolezza”, cioè s’è già scoperto il
colpevole, cioè mai. Il solito esercito di ipocriti ricadde dal pero:
ohibò, imporre i gravi indizi di colpevolezza è come dire che non si
intercetta più. Ma va? Chi l’avrebbe mai detto. Il premier fa di tutto
per comunicarci che è pronto a tutto, anche a mandare impuniti migliaia
di delinquenti comuni, pur di nascondere i reati suoi e degli amici
degli amici. Ma nessuno gli dà retta e si continua a disquisire di commi
e sottocommi, emendamenti e subemendamenti per “migliorare” la legge.
Al Fano, esausto, fa uscire i gravi indizi di colpevolezza dalla porta e
li fa rientrare dalla finestra. Riecco la falange dei finti tonti.
“Ancora un piccolo sforzo”, dice il Pd. “Fuochino, via la norma
transitoria sui processi in corso e ci siamo”, dicono i finiani,
impegnatissimi a limitare i danni di una legge della loro stessa
maggioranza. L’Anm chiede “tre cose semplici: niente limite di 75
giorni, niente divieto per le ambientali, niente competenza ai tribunali
collegiali. Poi la legge va bene”. Hai detto niente: così non resta più
nulla. E che la fanno a fare, la legge contro le intercettazioni, se non
abolisce le intercettazioni? Tutto è pronto per la comica finale:
Veltroni, il Pd e Ciampi chiedono a Berlusconi di fare piena luce sulle
stragi. Certo, come no. Quello che, alla domanda “dove ha preso i
soldi?”, si avvalse della facoltà di non rispondere, ora dovrebbe dire
la verità sulle stragi. Magari s’intercetta da solo mentre la dice. Ma
questi ci sono o ci fanno
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Biografia di Marco Travaglio
Marco
Travaglio è nato a Torino il 13.10.1964, dove tuttora vive. Dopo la
maturità classica, ha conseguito la laurea in Storia Contemporanea
presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. E’
giornalista professionista dal 1992. Ha iniziato la sua carriera di
giornalista al settimanale torinese Il Nostro Tempo. Ha lavorato a Il
Giornale diretto da Indro Montanelli dal 1987 al 1994, quando è passato
alla Voce, diretta sempre da Montanelli. Nel 1995, alla chiusura della
Voce, ha collaborato come free-lance con diversi quotidiani e
settimanali, fra i quali Il Giorno, L’Indipendente, Cuore, Il
Messaggero, Il Borghese, Sette-Corriere della Sera; nonché con Il Fatto
di Enzo Biagi su Rai1. Nel 1998 è stato assunto a La Repubblica, dove
tuttora lavora come collaboratore (sul sito www.repubblica.it cura la
rubrica “Carta Canta”. Collabora anche con L’Espresso, con Micromega,
con L’Unità (dove tiene la rubrica “Uliwood Party”), con Linus, con A e
con Giudizio Universale. I suoi settori di specializzazione sono la
cronaca giudiziaria e l’attualità politica. Ha pubblicato molti libri.
Gli ultimi sono La Scomparsa dei fatti (il Saggiatore, Milano 2006) e
Uliwood Party (Garzanti, 2007).
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