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Borriello attacca Saviano: "Ha lucrato
su Napoli"
di SilviaDM
Borriello
attacca Saviano: "Ha lucrato sulla mia città". Non
occorrerebbe meditare più approfonditamente sui toni da usare nei
confronti di un ragazzo di trent’anni che ha rischiato tutto, che
rischia tutto, e che (grazie anche a queste affermazioni) sta a poco a
poco vedendosi togliere tutto?
Ci mancava anche Borriello, il giocatore del Milan.
Un altro fulgido esempio di chiarezza e linearità dei pensieri. Saviano
parla di camorra, la camorra è una cosa brutta, quindi Saviano parla
solo di cose brutte. Sillogismo perfetto!
Peccato non sia un disco rotto, una canzone già sentita, un quadro
bruttino già visto, una insipida minestra già assaggiata, un attacco
sconfortante.
Prima Cannavaro, poi Emilio Fede, il nostro Primo Ministro Berlusconi e
il suo giornalista preferito Feltri e, recentemente, perfino Dal Lago.
Insomma, Borriello fa da cornice ad una scena già vista. E non solo
contro Saviano. Qualche anno fa, le vittime erano due illustri
magistrati siciliani prima delegittimati ed insultati proprio dalla
sedicente società civile e che, solo una volta sacrificati alla causa,
sono stati riabilitati del proprio onore schiacciando il brusio di
qualche insetto che ancora li diffamava. Come se in questo Paese ci
fosse bisogno di pagare con la vita il prezzo della verità.
Parlo da napoletana: sono ormai nauseata da queste accuse prive di
fondamento, colme di arroganza ostentata come un valore racchiusa in
piccole frasi ripetute-ripetutamente (come canterebbero i nostri 99
Posse) e che diventano vere agli occhi dell’opinione pubblica solo
perché pubblicate con cadenza settimanale su qualche quotidiano o
riferite alla tv.
Basta, davvero. Smettetela. Smettetela di coprirvi di ridicolo.
Perché io, da partenopea, è di voi che mi vergogno. Di quelli che
dicono: "sì...c’è la camorra, ma Napoli è tante altre cose!".
Voglio entrare nel merito, dirvi che il sole e il mare non compensano la
miseria e la violenza che esportiamo in tutta Italia e che dilania i
vostri amici, la vostra gente, la vostra terra, la NOSTRA terra; potrei
dirvi che ad oggi le morbide curve delle cime del Vesuvio non sono
abbastanza in confronto alle vette altissime dei grattacieli che i
camorristi napoletani stanno costruendo in tutto il Paese.
Napoli è anche altro? Dimostriamolo. Dimostratelo coi fatti.
Riduciamo la camorra a quello che è: una sanguisuga velenosa che sta
succhiando potenziale, denaro e, più di ogni altra cosa, la libertà alla
sua stessa gente.
Sostenete chi dice "basta, ora fermatevi", come ha fatto Saviano,
sostenete chi denuncia le estorsioni, andate a denunciare voi stessi se
subite o assistete a reati. Non servono gesti eclatanti, bastano piccole
azioni di civiltà: ad esempio, non pagate il famoso "cavallo di ritorno"
quando vi rubano il motorino, andando a saldare la cifra pattuita per
riavere il vostro scooter senza che i carabinieri siano con voi; oppure,
il sabato sera evitate di comprare la tranquillità di un parcheggio più
veloce lasciando la mancia ad un parcheggiatore abusivo; e infine, per
apparire fashion e sempre alla moda, non occorre comprare le borse
taroccate vendute ad ogni angolo di strada che sono costate sudore e
lacrime di lavoratori che nell’entroterra napoletano non hanno diritti,
ma solo doveri; per una serata più divertente in discoteca, non c’è
bisogno di una striscia di coca, basta essere in pace con voi stessi e
stare con una compagnia decente.
Si parla, spesso, in mancanza di altre argomentazioni del fatto che
Saviano abbia guadagnato, "lucrato", dal racconto della propria terra,
del fatto che "s’è fatto i soldi" parlando male della nostra città.
Mi dispiace doverlo fare, ma ve lo voglio dire: scusate, ma se era così
lampante tutto quel marciume abbrutente che lui descrive nelle pagine di
Gomorra, perché non l’avete fatto voi??
Se quello che Saviano ha scritto nel suo libro era davvero così "sotto
gli occhi di tutti", come si fa a dire che sia stato lui ad infangare la
nostra città, quando è magari il vostro vicino di casa imprenditore a
rubare la sabbia dalle spiagge che poi diventa "cemento"?
Come ogni scrittore che si rispetti, Saviano ha trovato un argomento che
nella sua realtà quotidiana influiva costantemente, è riuscito a
descriverlo e raccontarlo come nessuno prima, e quindi il suo libro che
gli è costato anni di fatica e di lavoro è diventato fonte di
sostentamento per la sua vita. Beh? Non mi risulta che prima Saviano
volesse fare il carmelitano scalzo, e non credo che dovrebbe esserlo chi
racconta di camorra; non è prescritto dal medico diventare un martire a
trecentosessanta gradi, men che meno quando si è dotati del talento che
lui dimostra in ogni pagina che scrive.
Quest’uomo, il cui nome ormai riempie la bocca di tanti, ha sacrificato
molto più che la propria serenità. E forse, quando se ne parla,
occorrerebbe avere maggior rispetto.
Mi domando come riusciate a non vedere che è il nostro\vostro silenzio
colpevole ad affossare insieme alla criminalità organizzata una delle
terre più fertili d’Italia. Mi domando come si possano dimenticare
ferite ancora aperte che la stessa famiglia di Borriello, ad esempio,
porta nella propria storia: un padre ucciso
dalla camorra. E un figlio che punta il dito con chi racconta che la
camorra è composta da assassini e da delinquenti.
Non è chi racconta che è colpevole della nostra condizione, non è chi ne
parla, ma chi silenziosamente tenta di avvicinarsi al Sistema provando a
guadagnarci qualcosa perché così vanno le cose, perché la camorra c’è
sempre stata e sempre ci sarà. Quello che patisce la popolazione
napoletana è anche colpa di chi è disposto a chiudere gli occhi e
sparare contro un ragazzo come lui che però è nel clan sbagliato, chi
non ti fa uscire la sera tranquillo per una passeggiata con la tua
ragazza perché temi la rapina, di chi vende il proprio voto per venti
euro.
Sono queste le persone cui dovete additare le colpe di una regione che è
dilaniata, non a chi grida lo scandalo. Quello che dà l’allarme, vedete,
sta lavorando per noi. Perché ormai non si può essere indifferenti, non
si può più lasciar stare. Far finta di niente.
Dobbiamo smetterla di essere una Gomorra, dobbiamo smetterla di non
pensare alle conseguenze di quello che diciamo o che facciamo. Dobbiamo
smetterla di non pensare con la nostra testa.
Io sto con Saviano.
La terribile storia
del padre dell'attaccante del Milan Marco Borriello
La terribile storia del
padre dell'attaccante del Milan Marco Borriello, ucciso dal boss della
camorra casertana Pasquale Centore "La camorra c'è sempre stata e sempre
ci sarà, perché con la camorra la gente mangia. Per me non c'è bisogno
di libri o di film per capire qual è la situazione. Io per quelle strade
ho vissuto".
Il 26 maggio 2008, l'attaccante del Milan Marco Borriello descriveva
così l'ineluttabilità della camorra. Ma quello non era solo lo sfogo
rassegnato di chi l'aria della malavita l'ha respirata sin da bambino, a
partire dai giorni in cui tirava i primi calci sui campetti di San
Giovanni a Teduccio. Era qualcosa di più. In quegli anni, almeno a
leggere i fascicoli di polizia e carabineri, suo padre, Vittorio
Borriello, detto 'Biberon', prestava soldi a usura alla gente di un
quartiere controllato dal clan Mazzarella. Un'attività florida ma anche
pericolosa che lo farà finire sotto processo per associazione mafiosa
(sarà assolto) e lo farà scomparire il 22 dicembre 1993. Nel vero senso
della parola.
Perché da quel giorno di 'Biberon' si perdono le tracce. Quello che era
successo lo racconterà molti anni dopo un ex direttore di banca, un
tempo pezzo grosso della Dc casertana: il pentito Pasquale Centore. Nel
1999 Centore, che ha accumulato un patrimonio di 100 miliardi di lire
trafficando con i narcos colombiani, viene arrestato e confessa di aver
ucciso il padre del calciatore. Gli ha sparato, dice, nell'agenzia che
Centore gestiva in centro a Napoli. Vittorio Borriello, che il pentito
nelle sue deposizioni definisce 'un boss', è lì per pretendere 300
milioni di lire come interessi su un prestito.
I due litigano, Centore dice di aver sottratto a Borriello l'arma che
aveva con sé e lo ammazza. Poi, con l'aiuto di un commesso (che morirà
suicida in cella), porta via il corpo e lo seppellisce sotto la sua
villa.
*SilviaDM
sta per Silvia De Martino ed è una docente di sociologia. Per rispetto
alla privacy, non ci sentiamo di aggiungere altro |